L’ansia di parlare in pubblico, che si tratti di un gruppo di persone ristrette come una aula scolastica o di cinquecento spettatori come in un Auditorium è molto comune, e inficia spesso la qualità della vita.

Le occasioni per doversi esprimere in un rapporto che non sia solo a “tu per tu” sono molte, anche virtualmente: le call collettive, l’esposizione di slide, ci fanno sentire esposti al giudizio e alla valutazione altrui, generando a volte attacchi panico, o comunque un malessere ingestibile.

Sudorazione intensa, secchezze delle fauci (non siamo belve ma così si chiama quella mancanza tremenda di salive!), tremore, mal di pancia, vomito, ci inducono addirittura a rinunciare a dare esami, ad un posto di lavoro, anche soltanto a delle occasioni in cui potremmo socializzare piacevole.

Ogni rinuncia del genere è un piccolo mattoncino che va a costruire un muro di “io non sono capace, non posso farcela, non ci riuscirò mai”. False convinzioni, che non ci sono utili affatto ma sono piuttosto disfunzionali rispetto al nostro benessere, si consolidano con l’esperienza negativa, ed alla fine non tentiamo più neppure e ci diciamo “io sono così”.

C’è chi suggerisce di fare partecipare a laboratori teatrali, attività comunque divertenti ed utilissime, ma io vi propongo invece di focalizzarvi su un punto in particolare, cioè su ciò che voglio dire.

Sembra banale ma spesso di dimentica questo, talmente concentrati su cosa penserà di noi chi ci ascolta non badiamo più al contenuto della nostra esposizione.

Poi l’adozione di una tecnica mutuata dalla mindfulness che consiste nella osservazione di ogni aspetto di un chicco d’uva passa prima di portarlo alla bocca.

Ecco, io vi voglio invitarvi ad osservare il timore di parlare in pubblico come fosse un oggetto fisico: come è fatta questa paura, quale è il suo colore, la sua forma, il suo odore, la sua trasparenza? E’ nulla, è una cosa, è un fantasma? Può diventare seducente, potete corteggiare la vostra ansia, come potreste fare con chi vi ascolta? Ci potere provare? Ci possiamo provare? Io dico di sì.

Psicologa Dott.ssa Laura Pacelli